Lo smart working fa bene all’ambiente

Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo familiarizzato un po’ tutti con il concetto di smart working o lavoro agile.

Fino al 2019 il lavoro da remoto era riservato perlopiù a partite Iva e nomadi digitali. L’esplosione della pandemia da Covid-19 ha costretto tutti a riorganizzare le modalità di svolgimento delle proprie attività e ha rappresentato uno straordinario acceleratore di un processo – quello della digital disruption o rivoluzione digitale – che era già in atto anche in Italia, ma con tempi molto più lenti rispetto ad altri paesi, come gli Stati Uniti.

Liberi professionisti, dipendenti privati e della pubblica amministrazione, a partire da marzo 2020 hanno avuto la possibilità di lavorare stabilmente da casa o da un luogo a scelta, diverso dall’ufficio, con orari più o meno flessibili. La routine quotidiana, per molti di noi, è cambiata in maniera radicale. Niente più spostamenti in auto o in scooter, casa-ufficio e ufficio-casa. Niente più bottigliette di plastica da tenere sulla scrivania.

Qual è stato l’impatto ambientale di questi cambiamenti? Il mancato uso dell’automobile si è tradotto in un abbattimento delle emissioni (e dei rumori) inquinanti nell’aria. Quindi, meno inquinamento atmosferico e meno inquinamento acustico. Negli uffici i consumi per luce, acqua e riscaldamento sono calati notevolmente. Anche se, proprio per lo smart working, il consumo di energia è invece aumentato in ambito domestico. Infine, sono stati prodotti meno rifiuti. Basti pensare alle mancate pause caffè alla macchinetta: meno bottigliette d’acqua, meno bicchieri e meno palette di plastica.

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Attenti al cinghiale “ibrido”

Il probabile cinghiale “ibrido”

La scorsa domenica (18/04/2021) un escursionista genovese ha avvistato, sul greto del torrente Geirato a Molassana, un cinghiale le cui caratteristiche fisiche risultavano diverse dal consueto.

Nel medesimo giorno, il fotografo naturalista Ugo de Cresi, ha individuato un esemplare “anomalo”, probabilmente lo stesso dell’escursionista, rilevando che non si trattava di un pecari ma con molta probabilità di un ibrido.

Dalle fotografie che il fotografo ha inviato ai Carabinieri Forestali parrebbe sussistere l’ipotesi di un incrocio tra il Pecari labiate di origine centro-americana ed il Tayassu pecari, quello per così dire nostrano.

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A Nervi contro la cementificazione

Il ponte di Nervi

Genova. Il circolo nuova ecologia di Legambiente ha indetto una nuova manifestazione per protestare contro le opere in costruzione a Nervi: dopo il nuovo porticciolo, sotto accusa i lavori in corso per la messa in sicurezza della foce (e qualcosa di più) del torrente, considerati dagli attivisti un anacronistico e pericolo intervento di cementificazione.

“L’alveo dei torrenti non deve essere ulteriormente occupato da manufatti di cemento e una vegetazione selezionata e non invasiva deve potersi sviluppare lungo le rive – si legge nel volantino informativo che chiama al presidiio – significa anche evitare gli scavi che approfondiscono l’alveo dei torrenti: lo scavo apparentemente dà più spazio all’acqua ma in realtà fa più danni che benefici perché aumenta l’instabilità delle sponde e accelera la velocità dell’erosione e il rischio di esondazioni”.

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Titanio sul Beigua: Scajola smentisce PD e Legambiente

Marco Scajola

“Non è stata fatta alcuna delibera di giunta autorizzativa per la raccolta del titanio nell’area del Beigua. Il consigliere regionale Pippo Rossetti (Pd) confonde, strumentalizza e non sa di cosa parla”.

Lo ha dichiarato ieri sera l’assessore regionale alle Attività estrattive Marco Scajola replicando alle affermazioni del consigliere del Pd in merito a presunte concessioni per l’estrazione di titanio nell’area protetta del parco del Beigua. Un allarme lanciato anche da Legambiente.

“Gli uffici tecnici competenti – ha spiegato Scajola – hanno soltanto permesso, nel pieno rispetto delle norme, uno studio non invasivo che non interessa l’area del parco del Beigua.

Non vi sarà alcuna attività di cava: lo studio verrà condotto senza alcun prelievo né alcun intervento sul territorio.

Degli oltre 450 ettari richiesti ne sono stati concessi poco più di 200, escludendo l’area del parco naturale regionale del Beigua.

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Titanio: paura di attività estrattiva nel Beigua

Legambiente Liguria esprime “grande preoccupazione dopo avere appreso che con il decreto numero 1211-2021 la Regione Liguria concede per tre anni alla CetT, la Compagnia Europea per il Titanio, il permesso di ricerca, che ha la finalità di portare all’apertura della miniera nel comprensorio del Beigua”.

“Riteniamo questa una scelta sbagliata anche se limitata ai 229 ettari (su 458 interessati complessivamente) che si trovano ai margini del confine del Parco del Beigua, perché è evidente che tutti gli impatti negativi dell’apertura di attività minerarie ricadrebbero nell’area Parco – dichiara in una nota Santo Grammatico, presidente di Legambiente Liguria -.

Con la scusa della ricerca scientifica si verifica un precedente pericoloso, preludio ad una attività insostenibile per impatto ambientale e lontana dai desideri di sviluppo delle comunità locali che da anni si oppongono a qualsiasi ipotesi di apertura di attività estrattive”.

“Legambiente è vicina ai cittadini che vivono e operano nel Parco del Beigua valutando anche le modalità e le sedi opportune per opporsi a questo decreto”.

L’associazione ambientalista ricorda che il gruppo montuoso del Beigua, diventato Parco nel 1995, Geoparco europeo e mondiale nel 2005 e nel 2015 è stato riconosciuto Unesco Global Geopark ed è l’unico parco ligure a potersi fregiare di tale riconoscimento.

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Idrocarburi tra Italia e Croazia dopo l’affondamento di “Ivana D”

Piattaforma petrolifera “Ivana D”

L’affondamento della piattaforma estrattiva di gas metano Ivana D, avvenuto il 5 dicembre scorso nell’Alto Adriatico, potrebbe aver causato un ingente rilascio di idrocarburi in un tratto di mare tra Italia e Croazia. Rilanciando un’indagine realizzata dall’associazione Cova Contro, che ha analizzato i dati (disponibili) prodotti dal telerilevamento dell’Agenzia Spaziale Europea, Greenpeace chiede alle autorità competente di verificare quanto accaduto. La piattaforma era scomparsa, presumibilmente divelta dal forte vento, per essere poi ritrovata sul fondo del Mare Adriatico (a oltre 40 metri di profondità) pochi giorni dopo l’affondamento. “Le immagini satellitari raccolte da Cova Contro, relative alle ore successive all’incidente, mostrano la presenza di evidenti tracce rilevate dai sistemi satellitari di oil spill detection che, in un primo momento vicine alle piattaforme, successivamente si disperdono verso le coste croate e italiane” spiega Alessandro Giannì, direttore delle campagne di Greenpeace Italia.

Secondo il briefing dell’associazione ambientalista ‘Volano Trivelle’, la piattaforma Ivana D era ai limiti del previsto periodo di esercizio, ossia 20 anni. Nei mari italiani esistono, tuttavia, molte altre piattaforme “che non solo sono assai più vecchie, che da tempo non producono nulla e che è urgente smantellare. Potrebbero – scrive Greenpeace – non reggere a fenomeni meteomarini sempre più estremi che proprio la combustione di fonti fossili ha contribuito a generare, alterando il clima del nostro Pianeta”.

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Alla Liguria 16 milioni per il dissesto idrogeologico

Sedici milioni di euro per il dissesto idrogeologico della Regione Liguria, già erogati dal ministero dell’Ambiente a fine dicembre per la realizzazione di 2 progetti esecutivi. In tutto, oltre 262 milioni di euro per 119 interventi in 19 Regioni italiane.

Sono i numeri del Piano nazionale per la mitigazione del rischio idrogeologico 2020 (Piano stralcio, Dl 76/2020): progetti immediatamente esecutivi e cantierabili per la messa in sicurezza del territorio dai rischi sempre maggiori derivanti da eventi climatici estremi su aree del Paese particolarmente vulnerabili spiega in una nota il ministero.

“I lavori non si fermano e non possono fermarsi – afferma il ministro dell’Ambiente Sergio Costa -. Stiamo aprendo i cantieri per la tutela del territorio, i più importanti, per proteggere il nostro Paese fragile e affinché non ci siano più tragedie. Si tratta di progetti immediatamente esecutivi e cantierabili – spiega il ministro -.

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Missione artica “MOSAiC”

Rompighiaccio Polarstern

Oltre 600 scienziati provenienti da 19 Paesi stanno viaggiando per la più grande e complessa spedizione polare mai tentata nell’Artico centrale. Un viaggio lungo un anno intrappolati nel ghiaccio per migliorare la precisione dei modelli scientifici sullo scioglimento dei ghiacci e più ampiamente sul cambiamento climatico.

La nave rompighiaccio Polarstern è già in navigazione da circa sei giorni. Una navi rompighiaccio tedesca che ha imbarcato una enorme quantità di viveri e strumenti scientifici per un’impresa leggendaria, degna delle più celebri esplorazioni marittime dei secoli scorsi. L’avventura di MOSAiC (Multidisciplinary drifting Observatory for the Study of Arctic Climate) comprende 19 nazioni, tra cui Germania, Stati Uniti, Russia, Cina, Svezia. Un anno di viaggio iniziato adesso, quando l’estensione del ghiaccio artico è ai suoi minimi assoluti, per fare rotta verso il nord della Siberia. Da lì il pack, alla ricerca di una spessa lastra di ghiaccio adatta ad ancorare la grande imbarcazione di ricerca.

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9 comuni su 10 a rischio idrogeologico

Le precipitazioni sempre più intense e frequenti con vere e proprie bombe d’acqua si abbattono su un territorio reso fragile dalla cementificazione e dall’abbandono con più di nove comuni su dieci a rischio per frane o alluvioni. E’ quanto afferma la Coldiretti in riferimento alla necessità di garantire risorse contro il dissesto idrogeologico sottolineato dal Ministri dell’Economia, Roberto Gualtieri e da quello dell’Ambiente Sergio Costa.

Sono infatti saliti a 7275 i comuni – sottolinea la Coldiretti – con parte del territorio in pericolo di dissesto idrogeologico, il 91,3% del totale ma la percentuale sale al 100% per Liguria sulla base dei dati Ispra. Il risultato è che – continua la Coldiretti – sono 7 milioni gli italiani che vivono in aree a rischio frane, alluvioni ed esondazioni di fiumi in una situazione di incertezza determinata dall’andamento meteorologico che condiziona la vita e il lavoro. Senza dimenticare che la tendenza alla tropicalizzazione con il moltiplicarsi di eventi estremi è costato all’agricoltura italiana oltre 14 miliardi di euro in un decennio, tra perdite della produzione agricola nazionale e danni alle strutture e alle infrastrutture nelle campagne con allagamenti, frane e smottamenti.

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Il ghiacciaio della Marmolada ha i giorni contati

Ghiacciaio della Marmolada

Al ghiacciaio della Marmolada restano non più di 15 anni di vita. È la previsione dei glaciologi dell’Università di Padova: la drammaticità della situazione emerge, spiegano, se confrontata con oltre cent’anni di misurazioni condotte dall’ateneo. “Il ghiacciaio negli ultimi 70 anni – afferma Aldino Bondesan, coordinatore delle campagne glaciologiche per il Triveneto e autore con Roberto Francese, dell’Università di Pavia, di indagini sullo spessore del ghiaccio con georadar – ha ormai perso oltre l’80% del proprio volume passando dai 95 milioni di metri cubi del 1954 ai 14 milioni attuali.

Le previsioni di una sua estinzione si avvicinano sempre di più: il ghiacciaio potrebbe avere non più di 15 anni di vita”. Entro il 2035 le Dolomiti rischiano di perdere il loro gigante bianco.

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