I manager di Autostrade si aumentano lo stipendio

Roberto Tomasi

Obiettivi raggiunti: ponti crollati, 44 morti nell’episodio più eclatante più molti altri negli incidenti provocati dai restringimenti per i molteplici cantieri aperti. Servizio autostradale da incubo con una Liguria isolata, impraticabile e destinata al disastro industriale.

Ecco l’articolo pubblicato da formulapassion.it e riportato da tutte le testate giornalistiche italiane.

La cessione di Autostrade per l’Italia alla cordata guidata da Cdp e fondi esteri mette in guardia i manager della società concessionaria. Proprio per cautelarsi, il cda radunato il 10 maggio scorso, dopo aver condiviso la procedura con gli eventuali e futuri compratori, ha deliberato un aumento degli stipendi di tutti i top manager di Autostrade, a partire da quello dell’amministratore delegato Roberto Tomasi, il cui compenso fisso passa da 635.000 a 750.000 euro l’anno, circa il 18% in più.

Chiaramente non è l’unico: anche il responsabile degli affari legali Amedeo Gagliardi e quello della finanza Alberto Milvio, che con Tomasi garantiranno l’affidabilità della rete, dei numeri e di tutti i profili legali di fronte al nuovo acquirente dell’88% di Aspi oggi in mano ad Atlantia, percepiranno un incremento della retribuzione fissa che sarà riconosciuto dai compratori subentranti secondo le regole di mercato.

L’edizione odierna di Repubblica fa notare che questa decisione del cda è legata al crollo del ponte Morandi del 2018: dopo la tragedia, erano stati sospesi incentivi variabili, bonus di lungo periodo e altri compensi di medio e lungo termine subordinati al raggiungimento dei risultati. Ora pare sia la stessa offerta vincolante avanzata dalla cordata capitanata da Cdp a prevedere questo aumento, con l’obiettivo di trattenere il management e di ingaggiarlo nel periodo che intercorre tra la firma dell’accordo e l’effettiva vendita, questa attesa tra fine anno e entro marzo 2022.

“Secondo Aspi i piani di retention sono una delle best practice di mercato e lo stipendio di Tomasi partiva da un livello tra i più bassi del settore infrastrutture – si legge sulle pagine del quotidiano – Per il 2020 aveva diritto a un fisso di 635.000 euro e a un variabile pari al 150% della retribuzione annua lorda, che però non ha incassato perché gli obiettivi non sono stati raggiunti. Nell’anno della pandemia nessun manager di Autostrade ha maturato la componente variabile dei compensi. Parte degli obiettivi di Tomasi era poi subordinata all’approvazione del Pef, che ancora non c’è e che verosimilmente arriverà dopo la vendita”.

10°C!

Questo maledetto inverno non accenna ad andarsene; la Primavera è praticamente bruciata e nelle mattinate di metà maggio si devono avere 10 fottutissimi gradi in una località frontemare mentre nelle zone interne della regione si arriva persino a 3: una vergogna meteorologica!

Certo, io che odio l’inverno lo accuso più di molte altre persone, però è semplicemente deprimente che non si riesca ad avere una vita decente neppure sotto il profilo delle temperature, il che si aggiunge allo sconvolgimento generato dal Covid-19 che ormai ci perseguita da un anno e mezzo.

Le prospettive per la fine del mese sono pessime, pare si andrà avanti così fino a giugno e con ulteriori cali delle temperature minime; prepariamo i cani da slitta!

Marassi: origini del nome

Chi conosce Genova – pur magari non vivendoci – non può non aver sentito parlare del quartiere di Marassi, situato in bassa Val Bisagno. Chi non abita in città sente spesso questo nome abbinato allo stadio Ferraris oppure al carcere, o ancora all’omonimo album degli Ex-Otago pubblicato nel 2016. Ma qual è l’origine del nome di questo quartiere?

Marassi – che fino al 1873 era un comune autonomo e poi con un Regio Decreto venne inglobato da Genova insieme ad altri cinque comuni (San Francesco d’Albaro, San Martino, Staglieno, San Fruttuoso e Foce) – vanta uno dei nomi più antichi dei quartieri cittadini.

Il nome deriva da due termini che risalgono a prima dell’arrivo dei romani: “mar”, parola che derivava dal greco e significava “palude salmastra”, e “asc”, antico suffisso ligure che indicava un corso d’acqua. E dunque il nome indicava la vasta palude che si formava alla foce del Bisagno e del Fereggiano.

Covid: anticorpi persistenti per 8 mesi

Ricostruzione immagine coronavirus

Ormai sulla persistenza degli anticorpi neutralizzanti del virus Sars Cov nell’organismo gli studi sono moltissimi. E tutti fissano una soglia che va dagli 8 ai 10 mesi. L’ultimo in ordine di tempo è una ricerca condotta dall’Ospedale San Raffaele di Milano in collaborazione con l’Istituto superiore di sanità (Iss), e pubblicato sulla rivista Nature Communications. La presenza degli anticorpi dura – secondo questa analisi – fino ad almeno otto mesi dopo la diagnosi di Covid-19, indipendentemente dalla gravità della malattia, l’età dei pazienti o la presenza di altre patologie. Ma non solo: chi non riesce a produrli entro i primi quindici giorni dal contagio è a maggior rischio di sviluppare forme gravi di Covid-19.

Gli scienziati hanno “profilato” la risposta immunitaria umorale di 162 pazienti. Tutti avevano una infezione confermata e sintomi. I campioni di siero sono stati raccolti al momento del ricovero ospedaliero in marzo-aprile 2020 e durante le visite ambulatoriali durante il follow-up fino al 25 novembre 2020. “I pazienti – si legge nello studio – erano prevalentemente bianchi europei (89,5%), maschi (66,7%) e avevano un’età media di 63 anni. Una frazione rilevante aveva un indice di massa corporea> 30 (32,4%) e il 57,4% aveva una o più comorbilità, con l’ipertensione (44,4%) e il diabete (24,7%) i più frequenti”. I pazienti sono stati visitati in ospedale dopo una media di nove dall’insorgenza dei sintomi e 134 sono stati ricoverati. La durata mediana del ricovero è stata di 14 giorni. Complessivamente, 26 pazienti sono entrati nell’Unità di Terapia Intensiva (ICU) e 29 sono deceduti. Il tempo medio un risultato negativo del tampone naso-faringeo è stato di 40 giorni. I pazienti che si sono ripresi sono stati seguiti per una media di 201 giorni.

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Lo smart working fa bene all’ambiente

Nell’ultimo anno e mezzo abbiamo familiarizzato un po’ tutti con il concetto di smart working o lavoro agile.

Fino al 2019 il lavoro da remoto era riservato perlopiù a partite Iva e nomadi digitali. L’esplosione della pandemia da Covid-19 ha costretto tutti a riorganizzare le modalità di svolgimento delle proprie attività e ha rappresentato uno straordinario acceleratore di un processo – quello della digital disruption o rivoluzione digitale – che era già in atto anche in Italia, ma con tempi molto più lenti rispetto ad altri paesi, come gli Stati Uniti.

Liberi professionisti, dipendenti privati e della pubblica amministrazione, a partire da marzo 2020 hanno avuto la possibilità di lavorare stabilmente da casa o da un luogo a scelta, diverso dall’ufficio, con orari più o meno flessibili. La routine quotidiana, per molti di noi, è cambiata in maniera radicale. Niente più spostamenti in auto o in scooter, casa-ufficio e ufficio-casa. Niente più bottigliette di plastica da tenere sulla scrivania.

Qual è stato l’impatto ambientale di questi cambiamenti? Il mancato uso dell’automobile si è tradotto in un abbattimento delle emissioni (e dei rumori) inquinanti nell’aria. Quindi, meno inquinamento atmosferico e meno inquinamento acustico. Negli uffici i consumi per luce, acqua e riscaldamento sono calati notevolmente. Anche se, proprio per lo smart working, il consumo di energia è invece aumentato in ambito domestico. Infine, sono stati prodotti meno rifiuti. Basti pensare alle mancate pause caffè alla macchinetta: meno bottigliette d’acqua, meno bicchieri e meno palette di plastica.

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Ci impongono Astrazeneca

Prima era dedicato esclusivamente agli under 55, perché mancavano dati clinici completi sulle fasce più anziane.

Poi la soglia è stata innalzata a 65 anni, c’è stato lo stop europeo necessario per fare accertamenti sulle trombosi rare e alla fine è scattata l’autorizzazione solo per gli over 60. Praticamente il contrario rispetto alla prima indicazione.

Ma ora, per la quarta volta nel giro di pochi mesi, le regole sulla somministrazione del vaccino Astrazeneca rischiano di cambiare di nuovo. Andando a complicare una matassa già di per sé aggrovigliata, tra scarsa fiducia dei cittadini sul siero, comunicazione istituzionale praticamente assente e contenziosi dell’Ue con la casa farmaceutica per i ritardi nelle consegne.

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Biontech conferma la necessità di una terza dose Pfizer dopo 9 mesi

Il fondatore della BioNTech, Ugur Sahin, lo scienziato tedesco di origine turche dietro il vaccino Pfizer, prevede la necessità di una terza somministrazione di siero anti-Covid.

“Nel tempo la protezione del vaccino contro il virus diminuisce, con il calo degli anticorpi”, ha detto lo scienziato in un incontro in video organizzato dalla Stampa estera in Germania, “dunque sarà necessaria una terza vaccinazione: secondo le mie stime dopo nove mesi dalla seconda somministrazione, al massimo dopo 12 mesi”, e poi “mi aspetto che probabilmente sarà necessario ottenere un altro richiamo ogni anno, o forse di nuovo ogni 18 mesi”, ha aggiunto.

L’annuncio di Sahin arriva dopo una serie di voci che avevano già sollevato la necessità di far fronte alla perdita di immunità nel corso del tempo. Quello che non era chiaro ancora erano i mesi di copertura garantiti dal vaccino di Pfizer, su cui l’Ue ha puntato buona parte della sua campagna di vaccinazione. Non a caso, proprio in questi giorni la Commissione europea starebbe chiudendo un accordo per la fornitura di 1,8 miliardi di dosi da Pfizer per il 2022-2023.

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Lockdown: anche un po’ di uomini “menati”

La pubblicità tedesca contro la violenza… femminile

Boom di uomini vittime di violenza domestica durante il lockdown in Germania
L’aumento delle violenze domestiche è stato uno degli effetti collaterali dei lockdown durante la pandemia.

Un fenomeno che ha colpito soprattutto donne e bambini. Ma tra le vittime ci sono anche uomini. E sono più di quelli che si potrebbe immaginare.

Lo hanno compreso in Germania con i dati alla mano del telefono verde antiviolenze dedicato all’universo maschile, “Hilfetelfon Gewalt an Männern” (“Violenze contro gli uomini”): nel 2020, sono state quasi 2mila le richieste di aiuto gestite dagli operatori del servizio, che finora ha coperto solo due regioni del Paese, la Baviera e il Nord Reno-Westfalia.

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